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domenica 14 febbraio 2010

San Valentino, le rose e...

Riconobbe quel rumore e si voltò. Stava andando senza fretta verso gli scogli, con la canna su una spalla e lo zaino nell'altra, e quel bambino con la bicicletta sembrava andare nella sua stessa direzione. Era un giorno fresco, di quelle che l'estate ti fa capire che è finita e apre le porte a un timido autunno. Intorno, non c'era nessuno, gli ultimi turisti erano ripartiti con la nave della domenica e all'improvviso sull'isola era calato un grande silenzio. Accadeva così ogni anno, ma per la gente del posto, era quasi una benedizione, dopo il frastuono di luglio e l'invasione di agosto. Il tempo di spazzare le cartacce e raccogliere le cicche sulla spiaggia, poi di quel frastuono non ci sarebbe stata più traccia fino all'anno successivo.
Lui aveva smesso da un pezzo di farsene coinvolgere. Viveva nella sua casetta ai margini del villaggio e non faceva mai nulla per incontrare gente. Qualcuno diceva che fosse pazzo, i più pensavano che nascondesse un segreto. Lo salutavano e lui ricambiava con quel suo strano accento. Portava al mercato ciò che pescava e lo scambiava con ciò di cui aveva bisogno, ma quel giorno si era svegliato tardi e la pesca sarebbe stata probabilmente modesta. Poco male, aveva pensato uscendo di casa.
I rumori del paese rimasero presto oltre il promontorio, l'unica traccia della presenza umana da quella parte dell'isola erano le poche baracche dei pescatori a strapiompo sul mare. Il bambino lo affiancò, rallentò e lo fissò accigliato.
Il vecchio si fermò a sua volta e lo guardò divertito. Pensò che evidentemente non tutti erano ripartiti e che forse i suoi genitori avevano preferito godersi un pò di quiete prima di rituffarsi nel lavoro. La prossima nave sarebbe partita soltanto mercoledì.
Sembrava un piccolo campione, con quelle gambette secche e piene di graffi gli mise addosso una gran tenerezza. Teneva le mani sul manubrio ricurvo con l'impeto di un rematore. La bicicletta rossa era decisamente grande e anche la maglia gli cadeva sui fianchi troppo abbondante per essere la sua. Il casco era di traverso sulla fronte impolverata e rigata dal sudore. Un piccolo guerriero, pensò il vecchio. E poi gli chiese cosa volesse.
"Lo sai" gli disse "che sono stato in cima alla montagna e non sono mai sceso dalla bici?".
Il vecchio lo guardò e sollevando il mento gli fece capire che la cosa non gli faceva nè caldo nè freddo. E allora?
"Se lo scopre mio padre" continuò il bambino per nulla in soggezione "di sicuro mi sgrida, perchè dice che sono troppo piccolo per fare certi sforzi. Questa bicicletta è sua, ma lui non la usa più e così mi permette di prenderla. Dice la mamma che una volta ne era così geloso che guai anche solo toccargliela. Poi però gli è passata la voglia e adesso ha messo su pancia".
Il vecchio pensò che quel giorno non avrebbe pescato neppure per mangiare. Ma l'incontro lo divertiva e così gli fece cenno di avvicinarsi a un grosso masso sul ciglio della strada e sbuffando ci si sedette sopra.
"Perchè mi racconti queste cose? Che cosa vuoi?".
Il bambino lo guardò e per un istante ebbe paura. Abbassò lo sguardo e poi lo rialzò. Aveva gli occhi scuri e curiosi, i capelli biondi e ribelli. Il timbro di voce era ancora sottile, ma deciso. Prese il sorriso del vecchio come un invito a continuare. Si scosse e ricominciò a parlare.
"Lo sai che ad andare sulla montagna c'è un pezzo di strada così ripido che l'ombra ti resta indietro?".
Il vecchio capì cosa volesse dire. Immaginò la scena e fece cenno di si col capo, ricordando quella rampa subito fuori dal paese su cui i motorini dei turisti spesso si impuntavano e non andavano più avanti. Allora lo guardò ammirato e gli disse che se davvero era andato fin lassù senza scendere, significava che era stato proprio bravo.

Vide il bambino gonfiarsi d'orgoglio e si chiese ancora una volta perchè lo avesse raccontato proprio a lui. Di solito i bambini lo evitavano e forse un pò avevano paura, ma questo sembrava diverso. E mentre pensava e sorrideva, il bambino prese fiato e continuò a parlare.
"Dove abito io" disse "non è così".
"Così come?"
"Tranquillo. C'è un gran baccano là in città. Le macchine. Gli aerei. I giornali. La gente. La gente è cattiva, lo sai? Si corre sempre, non si parla più. Qui è meglio. Si può pescare, si può andare in bici, ma si può stare anche tutto il giorno a guardare il mare. Da grande vengo a viverci".

Il vecchio lo fissò e nei suoi occhi passò il film di una vita. Cercò di non guardarsi troppo dentro. Si passò la canna da una mano all'altra, poi sollevò lo sguardo verso l'orizzonte e in lontananza vide la sagoma di una barchetta che arrancava contro la corrente in direzione del porto. Sorrise, ma il bambino vide l'ombra nei suoi occhi.
"Tu chi sei?"
"Sono un pescatore" gli disse, "un pover'uomo. Non dovresti neanche star qui a parlare con me. Cosa ne sai se sono una brava persona?"
Il bambino non battè ciglio e continuò a guardarlo fisso in volto, poi d'improvviso la voce prese a tremargli e allora strinse più forte sul manubrio.
"Tu mi somigli"
Il vecchio smise di sorridere. Si innervosì, ma cercò di non darlo a vedere.
"Somiglio a chi? Non sai neanche chi sono. Somiglio a chi?"
Il bambino rimase per un secondo in silenzio, incerto se andare avanti o fermarsi. Ma ormai c'era arrivato e tanto valeva continuare.
"Somigli a Pantani, sai quel campione di ciclismo... Ho la sua foto in camera mia e tu gli somigli. Mio padre mi ha chiamato Marco in suo onore. Ti ho visto l'altra settimana, ti avevo già visto l'anno scorso. Volevo dirtelo, tu gli somogli..."
Il vecchio tacque e il suo silenzio parve lungo come il tempo, poi si avvicinò e con il dito gli fece cenno di avvicinarsi a sua volta. Aveva tolto il cappello e lo stringeva tra le mani. I pochi capelli erano in balia del vento, ma d'improvviso gli occhi si erano messi a scintillare. Chinò il capo, guardò la polvere sulla punta delle scarpe, poi gli poggiò una mano sulla spalluccia magra, lo guardò fisso e il bambino ebbe un sussulto.
Strinse con la mano il manubrio e si chinò ancora.
"Pantani" bisbigliò il vecchio, "lo so bene chi è Pantani. Ma è morto tanto tempo fa. Quanti anni hai, undici?"
"Tredici", rispose orgoglioso, "tredici già compiuti".
"Undici, tredici, fa lo stesso. Non eri neanche nato. Se avessi letto i giornali, sapresti che è morto. Buttala via quella foto, Pantani è morto tanto tempo fa. Io sono Marco, sono il vecchio pirata pelato di cui non importa niente a nessuno".
Il bambino lo fissò con gli occhi pieni di lacrime. Provò a parlare ma gli uscì un mezzo singhiozzo. Lo guardò fisso con i brividi nelle gambe. Il vecchio si alzò, tirò un sospiro e gli poggiò la mano sul casco. Poi gliela battè sulla spalla in un gesto di affetto e complicità. "Vattene adesso" gli disse con dolcezza, "devo andare a pescare".

Il bambino lo guardò dal basso e gli sembrò altissimo, con il sole alle spalle che rendeva la sagoma nera e ancora più potente. "Sei tu".

Il vecchio rimase impassibile. Il bambino lo abbracciò. Avrebbe voluto chiedergli, sapere, restare lì in eterno, ma gli disse solo ciao. Tirò su col naso, poi salì in sella. "Vattene" ripetè il vecchio.

Il bambino fece cenno di si e non si curò più di nascondere le lacrime. Lo abbracciò di slancio e poi veloce si ritrasse. Voltò la bici e prese la via del paese. Il vecchio lo vide allontanarsi con le gambette magre che spingevano poco convinte e ricominciò a camminare. Aveva rimesso il cappello in testa e la canna sulla spalla. Il bimbo non vide che anche il vecchio piangeva. Pantani era morto, Marco era ancora vivo. Il bimbo cacciò un urlo che fece scappare i gabbiani. Smise di piangere, iniziò a ridere e a spingere forte sui pedali. Il sole era ormai alto, il vento si era posato. Si voltò ancora. Quella fu l'ultima volta che lo vide.

Era mio figlio
Tonina Pantani ed Enzo Vicennati

sabato 14 febbraio 2009

san valentino...


"il ciclismo mi mancherà certo, ma anch' io, ne sono convinto, mancherò al ciclismo"

Marco Pantani (Settembre 2003)

giovedì 12 febbraio 2009

Il fiore del male

l'inizio della caccia alle streghe,
dopo il caso Festina, la fine dell'era Pantani

Sponsor, soldi, successo, fama internazionale. Marco Pantani dal 1998 è tutto questo. Dopo la doppietta Giro-Tour si può affermare che Marco Pantani diventa il ciclismo incarnato in persona.
Al Giro d’Italia del 1999 vive un Maggio all’insegna dei tripudio nazionale, vince ogni arrivo in salita nei modi del miglior Merckx, lasciando le briciole agli avversari e scatenando intorno a sé non solo l’affetto dei tifosi ma anche l’antipatia del gruppo.
Tuttavia, nei giorni che anticipano la giornata del dramma, sembra di vedere un Pantani sicuro della superiorità che lo divide dai diretti rivali per la lotta alla maglia. Il 4 Giugno vince ancora, a Madonna di Campiglio, non esultando una volta giunto sotto lo striscione dell’arrivo. Tutto quello che ci appare davanti è cosa effimera, nessuno se ne è ancora reso conto in quel Venerdì di Giugno. Via con le premiazioni per la vittoria di tappa e per la maglia rosa, pian piano arriva sera, il vociare dei tifosi e il chiasso dei festeggiamenti comincia a farsi sempre più lontano e remoto, lo spettacolo è finito, si cala il sipario.

Il fiore del male
(Renato Vallanzasca, boss della banda della Comasina)
* * *
Ero a messa. Mi si avvicina un ragazzo che conosco e mi fa: "Renato, posso parlarti un attimo da solo?". Ci appartiamo. E lui: "Renato, sei un bravo ragazzo che merita tutto il mio rispetto, non fosse altro per il mare di galera che ti sei sciroppato. Quindi vorrei farti un regalo…". La stava portando in Cassazione, così gli dissi di tagliar corto. "Okay, se hai qualche milioncino da impegnare giocalo sul Giro d’Italia. Puntalo su Gotti, Jalabert o chi meglio credi. Non so dirti con certezza chi vincerà, ma è certo che non sarà Pantani. Ho appena saputo che al Pelatino andrà male. E tanto più forte pedalerà in questi giorni, tanto più potrai prendere scommettendo su un altro. Io ho già dato disposizioni di giocare dieci milioni. Cinque su Gotti e cinque su Jalabert." Non che la cosa mi convincesse fino in fondo, ma se avessi potuto quel pomeriggio stesso avrei detto a Giuliana di puntare un bel po’ di soldi su Gotti, anche a costo di andarli a chiedere in prestito alla banca.
La soffiata si rivelò lungimirante. Pantani venne fermato per doping. In realtà, prima ancora che per l’ematocrito fuorilegge, sul Pelatino cadde un’altra tegola. E proprio lo stesso pomeriggio in cui avevo parlato con quel tipo. In salita gli saltò la catena. Mi dissi: Eccola qui la magagna. Ma non era così, risalì in sella e vinse a modo suo. Quel giorno, e anche nelle due o tre tappe successive. Ormai il traguardo finale di Milano si avvicinava, e io mi dicevo: Per fargli perdere il Giro possono solo sparargli. Cominciai anche a dubitare seriamente della dritta.
Però, ritenevo assai improbabile che qualcuno potesse essersi permesso di darmi un suggerimento che avrebbe potuto costarmi un bel po’ di milioni. Poi, ci fu la bomba: Pantani positivo all’antidoping.
* * *

C’è da premettere che Marco Pantani non fu mai trovato positivo all’antidoping nell’arco della sua carriera, a differenza di come erroneamente viene trascritto nel qui sopra testo de “Il fiore del male”. Evidentemente chi l’ha scritto non ha grandi conoscenze ciclistiche.
Fatto sta che, dal 5 Giugno 1999, ad oggi, siamo rimasti con un pugno di mosche e con un’unica consapevolezza: la distruzione, mediatica e non, di un’atleta che ancora oggi potrebbe andare a testa alta in mezzo alla ipocrita e vuota società che ci circonda.
Non mi dilungo sui motivi, cause e perché di Madonna di Campiglio, questa lettera può già far capire una piccola parte di quello che c’è stato dietro all’esclusione di Pantani. Un giro di soldi e interessi troppo grande per trovare la vera versione dei fatti.

Chi vivrà vedrà, ma la verità?

lunedì 9 febbraio 2009

L'impresa epica a Les deux Alpes

"Uno schiaffo all'epoca della perfezione.
Pantani è perfezione ma al tempo stesso imperfezione.
Rompe ogni schema,
dimostrando che si può ancora inventare qualcosa,
in un'epoca dove c'è davvero poco da inventare"


Aveva appena vinto il Giro d’Italia mettendo fuori gioco dapprima Alex Zulle e poi, vincendo l’epica sfida con Pavel Tonkov a Montecampione, era andato ad ipotecare la maglia rosa a Milano.
Ma ora era tempo di Tour, un Tour neanche troppo difficile e che strizzava l’occhio al vincitore dell’anno precedente. Chi poteva scommettere su Pantani? Davvero pochi.
Ma il ciclismo non sempre ha logica, a volte può essere fatale per chi è troppo sicuro di sè. Basta poco se ci pensiamo, una cotta, un po’ di freddo, una caduta, una foratura e via di seguito.
Il 27 Luglio è una di quelle giornate estive che sembrano tutto tranne estive. La pioggia cade a dirotto ma oggi si sale oltre i duemilacinquecento metri (e scusate se è poco), le condizioni avverse potrebbero cambiare molte cose.
Alla vigilia di questa tappa che presenta il Galibier, Ullrich ha un vantaggio di oltre tre minuti sul pirata.
Quel giorno erano già in fuga Serrano, Massi, Rinero, Jimenez ed Escartin, tutti scalatori di un certo livello.
Il gruppo continua del suo passo con i migliori che proseguono coperti dai gregari. Ullrich sembra ancora fiero ma in realtà è cotto e stracotto, pronto per la disfatta. Ai meno cinque dall’arrivo parte proprio lui, Marco Pantani. Uno scatto atteso che fa male. Leblanc segue per un po’ il pirata ma quest’ultimo, dopo un po’, preferisce continuare del suo passo, un passo doppio rispetto a tutti gli altri.
Man mano Pantani ricomincia a recuperare anche coloro che erano in avanscoperta dalla mattinata. In cima al Galibier c’è uno scenario da lupi e quando transita anche Ullrich i minuti di ritardo sono 2’56”. La vera disfatta avverrà in discesa.
Pantani che si è buttato a capofitto verso la vallata, fa pensare al peggio quando si ferma, ma questa volta non è caduto, bensì sta per indossare la mantellina contro il freddo tagliente.
Ai piedi di Les deux Alpes il romagnolo è virtualmente maglia gialla, da dietro, Ullrich si è fermato per una foratura ed è devastato dalla crisi giornaliera. Quello che fino a ieri sembrava una sfinge, si è rivelato battibile come un normale corridore.
“Continua a scattare, soltanto subito dopo aver superato la linea del traguardo, Marco Pantani si concede il gesto del trionfo”, queste la parole di Adriano De Zan che commemora la grandissima impresa d’altri tempi che il Mondo intero ha assistito quest’oggi.
Dietro il vuoto, sfilano dapprima i corridori che erano già in fuga, Massi, Escartin, Rinero e prima di vedere un uomo di alta classifica bisognerà attendere Bobby Julich, quinto a quasi sei minuti. Jan Ullrich arriverà quasi nove minuti dopo, perdendo si la maglia gialla ma cosa ben più grave, anche l’intero Tour de France vista la nuova classifica ridimensionata: quasi sei minuti di ritardo dalla nuova maglia gialla. Non basterà nemmeno una cronometro di cinquanta chilometri per recuperare il tempo perduto.
Dopo trentatre anni, l’Italia è di nuovo in festa per un italiano al Tour de France. Quell’italiano è Marco Pantani, conosciuto dai più anche come il pirata. E’ l’apice di una carriera già stellare ma dalle oscure nubi all’orizzonte.
"Non sono folle,
è che l'impresa
è l'impresa"
M.Pantani

sabato 7 febbraio 2009

La sfortuna di Pantani


Di cadute, come ben sappiamo, Pantani ne ha avute a bizzeffe. Ma se valutiamo, un po’ tutti ne abbiamo avute, solo che, a lui capitava spesso e volentieri negli appuntamenti cruciali. Ce ne sono stati di più sfortunati, Fabio Casartelli per esempio, al quale bastò una caduta ma secca per lasciare il Mondo. Da questo punto di vista, Pantani ebbe nella sfortuna anche un minimo di fortuna a non lasciarci le penne, visto che aveva un difetto (o libertà di espressione), ovvero non indossare MAI il casco.
Andiamo a vedere alcune delle più significative cadute del pirata:

Giro baby 1990

“Cadde in una curva come tante, ma solo per un po’ d’olio che nessuno aveva segnalato e che la pioggia aveva reso micidiale” (cit. dal libro Era mio figlio).
Perse un minuto e mezzo e dalla radiografia non emersero fratture ma contusioni e abrasioni in tutto il corpo. Il giorno successivo, in teoria, avrebbe dovuto ritornarsene a casa con i soli sogni di gloria.
Pantani si oppose e decise di fare quello che per altri era una follia, continuare in quelle condizioni. E difatti continuò e visse le quattro tappe successive in un completo calvario, senza potersi alzare sui pedali. Poi, come per magia, il fisico reagì bene e le ferite cominciarono ad attenuarsi. Alla vigilia del tappone Dolomitico, Pantani è terzo in classifica.
Quel giorno con Gardena, Sella e Pordoi, va in fuga con un ciclista che sarebbe diventato suo rivale nei professionisti, il bergamasco Ivan Gotti, vincitore del Giro baby l’anno prima.
Sembra la giornata giusta ma nella discesa del Sella, un pezzo di pietra, forse spinta dai piedi di un incauto tifoso, scivola dalla rupe e va a colpire la ruota posteriore di Pantani che rovina a terra. Nonostante ciò, il giovane romagnolo si rialzò e proseguì sino al Pordoi terminando il Giro dilettanti al terzo posto. Qualcuno, probabilmente aveva già intuito chi sarebbe potuto diventare.

1 Maggio 1995
E’ in atto l’avvicinamento in vista del Giro d’Italia. Tutti i possibili favoriti stanno terminando la preparazione con i vari allenamenti per far arrivare la condizione quasi al top in vista del via della corsa rosa. Un Giro d’Italia, a detta di molti, duro e adatto anche a Pantani. Ma Pantani non potrà mai prendervi parte.
Nel giorno dei lavoratori, mentre si allena vicino casa, un auto lo investe ad un incrocio. Aveva gambe e volto insanguinati dall’impatto con l’asfalto. Tentò nei giorni successivi di rimettersi in sella ma inutilmente, capendo che l’unico rimedio era il riposo. Saltò così il Giro d’Italia, ritornando a Luglio al Tour de France, dove vinse due tappe.

Ottobre 1995
La stagione è quasi finita, manca solo il Giro di Lombardia. Marco Pantani ha appena fatto terzo al Mondiale di Duitama e vorrebbe tentare la vittoria al Lombardia per onorare una stagione che lo ha visto protagonista solo da Luglio causa la caduta del primo Maggio.
Prende parte alla Milano-Torino per testare la gamba in vista della classica delle foglie morte. In realtà, a Pantani della Milano-Torino non je poteva fregà de meno, visto che non era una corsa per scalatori.
Doveva essere una sgambata e invece si trasformerà in un dramma. Tiene un ritmo da cicloturista rimanendo molto indietro.
Intanto il gruppone dei ritardatari transita sul traguardo con l’ambulanza al seguito, cosi che i vigili urbani pensano che non ci siano altri ciclisti nel tracciato, lasciando libero il traffico.
Lungo l’ultima discesa in prossimità dell’arrivo, Pantani e altri ciclisti stanno ancora scendendo, ignari del fatale sbaglio dei vigili. Una Nissan Pajero è ferma sulla carreggiata, è stata avvisata troppo tardi che la corsa è ancora attiva. Ma oramai è troppo tardi e succede il dramma.
Finiscono a terra in tre, Secchiari con un bacino fratturato, Dell’Olio con il femore a pezzi e Pantani con tibia e perone rotti.
Salterà tutta l’annata del 1996 ma poi ritornerà più forte di prima.

Maggio 1997
Ritornato finalmente alle corse, Marco Pantani si appresta ad iniziare il suo secondo Giro d’Italia da professionista, visto che ne ha già saltati due di fila per le già sopra citate cadute. Tutto comincia tranquillamente, poi, all’ottava tappa, una di quelle nervose ma tutto sommato interlocutorie, succede l’impensabile. Lungo la discesa del Valico del Chiunzi, a una ventina di chilometri dall’arrivo a Cava de’ Tirreni, un gatto attraversa la strada facendo cadere Puttini, a seguire Moos, Buenahora e Pantani. Marco finisce contro la scarpata ma si rialza in fretta facendo escludere fratture o altro.
I suoi gregari lo scortano fino all’arrivo ma si vede che il pirata non sta bene, ha una ferita sulla coscia ed è più il trauma psicologico che non quello fisico a fare la differenza.
Di fatto, il Giro è già finito. Il ritorno a casa è in quel momento inevitabile ma nei giorni successivi Pantani si pentirà di non aver proseguito la corsa. Ritornerà pochi mesi più tardi al Tour de France dove vincerà due tappe.

>>>nella prossima puntata "L'impresa del Galibier">>>

venerdì 6 febbraio 2009

Due acuti sull'Alpe d'Huez

Lezione di scatti ai passistoni

Per Marco Pantani, l’Alpe d’Huez è stato sinonimo di luce, di riscatto, di ritorno. La vince due volte, salendo sempre con tempi strepitosi e seminando il vuoto dietro sé. Sconfigge Miguel Indurain nel 1995 lasciandolo dietro di quasi un minuto e mezzo prima di ritrovarsela di nuovo come arrivo di salita, due anni dopo…

17 Luglio 1997
L’era Indurain è finita. L’ultima volta che Pantani aveva gareggiato al Tour de France, lo spagnolo della Banesto era ancora il numero uno ma di tempo ne è passato e la generazione è velocemente cambiata. Ora c’è l’onda Telekom che sforna un uomo semi bionico di nome Jan Ullrich. Pantani è invece tornato da gravi incidenti che potrebbero averlo condizionato nella carriera. Le sue performance in salita non sono più quelle di un tempo e l’avversario da battere, questa volta sembra imprendibile anche quando la strada pende.
Oggi però c’è una salita che Pantani ama particolarmente, l’ha già vinta due anni fa. Riuscirà a riconfermarsi e ad essere più forte della sfortuna?
In quella tappa i capitani prendono la strada in pole position, cercando di non rimanere ingarbugliati in mezzo al gruppo.
Quando Pantani getta il cappellino giallo, è il segnale che qualcosa sta succedendo. Scatta subito a mani basse seguito dai due rivali più acerrimi, la maglia gialla Ullrich e la maglia a pois Virenque (manca solo la maglia verde Zabel ma come sappiamo, per quanto possa andare forte in salita, non ha il passo di questi tre :D ).
Si capisce già da subito che Pantani sta per rinascere un'altra volta. Il suo scattare a mani basse è una novità, dalla caduta della Milano-Torino il suo stile è radicalmente cambiato,ma le gambe sono sempre molto solide.
Virenque, dopo pochi metri, salta completamente e deve lasciare la presa, poco dopo, anche l’uomo bionico dell’ex Germania dell’Est deve lasciar andare il pirata Marco.
Pantani continua a salire con un ritmo insostenibile ma tutto sommato, Ullrich non molla, imitando il vecchio Indurain, proseguendo del suo passo senza ammazzarsi a star dietro al capitano della Mercatone Uno.
Una volta sul traguardo, Pantani si sfoga con un urlo liberatorio che ha un significato simbolico, come un pugno alla sfortuna, una sorta di liberazione, finalmente può dire di essere tornato quello di prima, senza la paura di vedersi “impedito” come molti “luminari” medici gli avevano annunciato qualche giorno dopo la Milano-Torino.
Ricomincia da qui la seconda parte della carriera del pirata, un breve saluto all’Alpe, sua salita amica che non rivedrà più negli anni a seguire.
>>>prossima puntata: "La sfortuna di Pantani">>>

mercoledì 4 febbraio 2009

La Merano-Aprica del '94

Speciale Pantani
Comincia con questo post la settimana dedicata a Marco Pantani che andrà dal 4 Febbraio al 15 Febbraio. Quest’anno, come cinque anni fa, il giorno di San Valentino viene di Sabato. Cinque anni, ma sembra ieri e se guardiamo meglio, dal vapore di queste giornate di nebbia fitta, scorgeremo una sagoma gialla che, a mani basse, sale lungo i tornanti di una salita senza ritorno.

5 Giugno 1994
Il Giro entra nella parte clou, ieri la vittoria è andata ad uno semi sconosciuto di nome Marco Pantani che è arrivato tutto solo in quel di Merano facendo un numero interessante.
Quest’oggi la tappa è più dura, adatta agli scalatori puri. I passi da scalare sono lo Stelvio, il Mortirolo e Santa Cristina. Il Mortirolo è sicuramente la salita più attesa dagli appassionati, può essere considerata la nuova scoperta del Giro, detto da molti assai proibitivo, potrebbe risultare una via crucis per molti.
Sullo Stelvio parte una fuga con nomi prestigiosi: Chiappucci, Chiurato, Belli, Mejia, Gotti, Sciandri e Bortolami.
Arrivati in prossimità del tanto temuto Mortirolo, ad accendere le danze è proprio il giovane scalatore romagnolo che, alzandosi sui pedali, crea lo scompiglio generale dietro sé. Indurain prosegue del suo passo, Berzin tenta di tenere Pantani inutilmente, andando poi fuori giri.
Il giovane corridore della Carrera, ben presto recupera il capitano, Claudio Chiappucci e schizza via scollinando tutto solo in cima alla durissima salita fra due ali di folla. Indurain paga 55”, Berzin è più indietro e trema per la sua maglia rosa, già sorprendente di per sé.
Lungo la discesa che porta ai piedi del Santa Cristina, Pantani gioca d’astuzia, aspetta Indurain e Cacaito Rodriguez così da poter usufruire della loro collaborazione nei tratti non pendenti.
Arrivati in prossimità dell’ultima valico, è di nuovo Pantani ad accendere la miccia. Indurain e Cacaito possono solo proseguire del loro passo cercando di limitare i danni.
Pantani vola così verso la seconda vittoria di tappa consecutiva, entrando nella storia con l’ennesima impresa, staccando in salita quello che fino a ieri era considerato il signore dei grandi giri, Miguel Indurain.
Nasce in questo preciso istante il mito Marco Pantani. La Merano-Aprica sarà spesso menzionata negli anni successivi quando si parlerà del romagnolo e il Mortirolo diventerà di fatto la cima Pantani, teatro in quel 5 giugno di quindici anni fa ,di grandi gesta. Eventi vogliono che quella sia la sua prima e ultima scalata al Mortirolo.



>>>nella prossima puntata: "Pantani e l'Alpe d'Huez>>>

sabato 25 ottobre 2008

Mont Ventoux 2000

Il racconto di quella giornata




























Le Mont Ventoux 2000, penultima volta che il gigante fu inserito come arrivo del Tour de France. Era il 13 Luglio di oltre otto anni fa e la corsa aveva scoperto un nuovo padrone. Nell’anno x della tanto aspettata sfida tra Pantani-Ullrich-Armstrong, gli organizzatori hanno pensato bene di bilanciare la corsa al meglio: oltre alle cronometro ci sono anche le salite.
Ma Pantani non è più Pantani, ce ne siamo accorti il 10 Luglio ad Hautacam, in una fredda giornata di pioggia le prime carte sono state messe sul tavolo e il responso è negativo: cinque minuti persi dal texano. Nemmeno Ullrich non sembra più quel giovanotto del 1997 che faceva il bello e cattivo tempo con il suo pedalare in modo potente: oltre tre minuti lasciati al texano. La forza di Armstrong ad Hautacam ha reso Ullrich e Pantani piccini e battibili. Di fatto il Tour appare semi chiuso visto che l’americano amministra già quattro minuti sul secondo (Ullrich) dopo dieci tappe.
I giorni passano e arriva la tappa del Ventoux, salita nota per il repentino cambiamento climatico e soprattutto l’assenza di vegetazione in quota.
Quando comincia l’ascesa finale le cose sembrano mettersi ancora male per il pirata, grande atteso di giornata per la rivincita. Si stacca sotto il ritmo asfissiante della Banesto e rimane a bagnomaria proprio come non era abituato a fare quando la strada saliva. Ma da grande campione, ai meno 6 dall’arrivo riacciuffa il gruppo dei migliori dove ci sono Ullrich, Botero, Beloki, Virenque ed Heras, oltre ovviamente alla maglia gialla Lance Armstrong.
Neanche il tempo di rientrare e accodarsi a qualcuno che il pirata parte subito all’attacco seguito da Roberto Heras. Sarà il primo di una lunga serie di attacchi emozionanti.
La vegetazione oramai non c’è più ma lo scalatore di Cesenatico sembra esserci a tutti gli effetti, nonostante non sia in condizione super. Sebbene non prenda il largo, Pantani continua imperterrito a tenere alta l’andatura, Heras è già stato ripreso dal gruppetto trainato da Jan Ullrich mentre la maglia gialla, per ora, sta a guardare. Il primo a cedere è Virenque, la presenza del capitano della Mercatone Uno lo ha fatto saltare del tutto e prosegue spalleggiando con il suo ritmo cercando di limitare i danni.
Si vede che la situazione sta per esplodere, il secondo scatto del pirata allunga il gruppetto ma non si stacca nessuno, anzi, i nostri si studiano, specialmente Ullrich che invece di guardare in avanti continua a voltarsi nervosamente cercando il cambio da qualcuno e facendo venire a galla il suo momento non ottimale.
Pantani rimane a centro gruppo per un paio di metri poi riparte per la terza volta, questa volta più convinto dei suoi mezzi. I cinque stanno a guardarsi, il texano parla all’auricolare, evidentemente chiede lumi su come muoversi. Poco dopo si muove Santiago Botero, la rivelazione di questa giornata, il quale, con uno stile inguardabile riesce ad avvicinarsi al pirata. Quando Armstrong si accorge che Ullrich è a tutta, scatta con un impressionante agilità passando a velocità doppia Botero e riportandosi su Pantani facendogli segno con la mano di seguirlo.
Pantani rimane a scia, davanti non potrebbe stare visto che l’americano mulina le gambe con un’agilità talmente elevata da far pensare che stia andando con il 39 in pianura.
Il resto lo sappiamo tutti, arrivati in prossimità dell’arrivo Armstrong lascerà tagliare per primo il traguardo a Pantani. Ad essere obbiettivi si può certamente dire che quel giorno il più brillante era ancora Armstrong il quale in effetti sembrò poter avere la forza per vincere. Quale fu l’errore del texano? Semplicemente sbandierare nel dopo corsa di aver fatto vincere il Ventoux al pirata. D’altro canto, come è giusto che sia, il re della montagna Marco Pantani non ringraziò e mai accettò quel gesto, tutt’altro, si impegnò per staccare il texano (lo staccò qualche giorno più tardi a Courchevel), dimostrando così di non aver bisogno di regali per vincere in salita. Armstrong accusò il colpo e da quella giornata venne a crearsi una rivalità a distanza fra i due: ad oggi mai consumata.